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Note sul lavoro di Tullio Brunone

É nella parte superiore della galleria, un lavoro di una certa complessità, un Autoritratto soggettivo di chi si sta guardando.
Si tratta di un foglio di ferro con un taglio quadrato, dove dietro c'è uno specchio, che da una parte è vetro, così da ingenerare ambiguità, ma anche una camera che riprende chi si guarda. La luminosità del monitor produce un'immagine a metà. Il risultato finale è un ritratto dove una parte della faccia non combacia con l'altra dando vita a un effetto straniante, sconcertante. Quando gli altri ci guardano siamo diversi da come ci pare di essere. La sovrapposizione tra l'occhio destro e l'occhio sinistro crea uno spaesamento inquietante. Anche qui il filo rosso è il limite. Siamo al di qua o al di la della soglia?
Siamo noi a vivere il luogo o è il luogo che fa vivere noi?
Il richiamo a Lewis Carroll e al suo attraversamento dello specchio è certo.

Quello di Brunone è un lavoro coerente. Una relazione fatta di collegamenti legati ai diversi momenti del suo lavoro nel corso degli anni. Prima con un'operazione di matrice sociale, legata al concetto di partecipazione. Con una riflessione sul ruolo dell'intellettuale in un particolare momento storico in cui ci si poneva il problema della partecipazione attiva.
Oggi la riflessione ancora sul concetto di comunicazione e di partecipazione è maggiormente legata all'individuo e al suo ruolo rispetto alla società.
Così la ricerca di Brunone, lungo gli ultimi trent'anni, determinata da un'articolata dimensione progettuale, è caratterizzata da un profondo senso etico, radicato nella sua funzione sociale, che la pone ben al di là delle mode passeggere di cui certa "arte" è troppo spesso prigioniera, vittima e solo apparentemente, carnefice.

Angela Madesani

 

 

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