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Considerazioni sul lavoro (2004)

Oramai da alcuni decenni la ricerca scientifica sulla comunicazione si è concentrata sull’utilizzo delle tecnologie per una più approfondita e potente struttura d’elaborazione e di sviluppo del sapere, del produrre e dell’informare.
A quest’impulso e direzione, oltre che metodo, nello sviluppo scientifico della comunicazione non può essere estranea la dimensione della ricerca artistica.
Credo anzi che la ricerca scientifica fornisca oggi strumenti di analisi e di produzione nei linguaggi della comunicazione sviluppati e potenti con una capacità di penetrazione e di dilatazione del messaggio sociale smisuratamente moltiplicata.
Da una osservazione così banale ma concreta, è peraltro interessante partire per un’analisi su come l’ambiente della creazione visiva e dell’arte si relazionino.
Sostengo quindi che lo sviluppo nella ricerca artistica contemporanea soffra di una contraddizione strutturale, e cioè della difficoltà ad essere autonoma e libera nell’utilizzo dei linguaggi tecnologici nella ricerca.
E’ come se una specie di paura, e quindi di negazione, tenda ad allontanare e a banalizzare lo strumento tecnologico come mezzo di trasmissione di contenuti e significati e come strumento di produzione dell’immaginario.
E’un dato di fatto che oggi le nuove generazioni di artisti, pur utilizzando il video come strumento narrativo, se ne servano in modo inconsapevole della storicità, omettendo ciò che dagli anni 50/60, da Vostell, Paik, Nauman, Graham in poi, è divenuto corpo definitivo nella complessità del linguaggio artistico.
Oggi si evidenzia dunque l’accettazione di un linguaggio e lo si nobilita nel momento in cui ad esso si sono aggiunti ulteriori e fondamentali sviluppi, dall’immagine elettronica alle fibre ottiche, dalla rete al virtuale che hanno introdotto nuove categorie di pensiero sotto l’aspetto semiologico ribaltando i concetti filosofici di fondo sui quali si era organizzato il sistema dello studio e della critica visiva, attribuendo al video, quindi all’analogico, un ruolo paradossalmente “antico” e quindi superato.
In effetti in ambito anche internazionale assai rari sono gli esempi di utilizzo dell’interattività nell’opera e quindi nella progettazione, dei quali essere a conoscenza.
Per poterne discutere appropriatamente bisogna prendere in considerazione una serie di problemi, (costo della ricerca, complessità scientifica) e quindi alla difficoltà dell’artista di “manipolare” le tecnologie oltre che alle complessità economiche ed organizzative di un evento multimediale.
Viene quindi prodotta una sorta di “barriera delle complessità” che allontana lo strumento espressivo dalle potenzialità dell’uso.
E’ in effetti questa una barriera psicologica che non riconduce lo strumento ad un servizio quotidiano e semplificato, relegando le sue caratteristiche e potenzialità all’interno dello spettacolo,della produzione multimediale/sonora, della videoclip e del videogame oltre che dell’effettistica cinematografica e televisiva.
E’ soltanto operando nel senso della spettacolarizzazione che si può comprendere il lavoro di Studio Azzurro, unico gruppo di artisti in Italia che lavora con l’interattività e compie ricerca, il quale d’altro canto si colloca, anche come scelta teorica, all’interno della produzione industriale della multimedialita’, legando molto spesso il suo nome ad industrie che ne utilizzano le capacità di progettazione (Telecom, Armani, Hermes ecc) ed operando un “distinguo” di tipo teorico in conflitto con il mondo dell’arte
Altri esempi di utilizzo dei linguaggi, particolarmente in Italia non ve ne sono, considerando che alcuni gruppi, (Metamorphosi, Correnti Magnetiche), hanno apparentemente esaurito le loro potenzialità, orientando la loro spinta ideatrice verso l’editoria multimediale e verso l’aspetto della produzione in senso ludico della multimedialità.
Bene, questa premessa è stata necessaria per definire il senso del progetto, e ci conduce al concetto di virtuale sul quale é imperniata la logica del lavoro.
Concetto questo che subisce un ribaltamento sostanziale rispetto alla impostazione teorica e pratica dell’utilizzo normale di questo sistema di navigazione, panorama dove credo esistano altre strade verso le quali orientarsi,
In questi anni il lavoro si è mosso proprio nella direzione dell’abbandono della spettacolarità, intesa come sovrastruttura estetica ridondande, per concentrarsi sulle possibilità di tipo interiore e sulle capacità dello strumento digitale di recuperare potenzialità inespresse e sconosciute del pensiero e della complessità.
Dalla perlustrazione di uno spazio/ambiente elettronico per mezzo di protesi tecnologiche in un luogo sostanzialmente precostituito, si passa ad una immersione corporea nei luoghi della memoria, dove tutto avviene in assoluta semplicità ed assenza di apparati tecnologici.
La prerogativa di questo progetto consiste quindi nell’attribuzione al corpo di quelle caratteristiche che appartengono alle sensorialità nelle manifestazioni proprie del vivere.
Un recupero dei sensi per una proiezione che non avviene attraverso la smaterializzazione in uno spazio sintetico, ma una proiezione fisica in uno spazio materiale.
E’ una sorta di viaggio al contrario, alla riscoperta della propria fisicità e dei luoghi del nostro passaggio……………………….un viaggio verso l’interno come strumento potenzialmente e prodigiosamente proiettato alla scoperta dell’inconsapevole, del quale oramai sono frequenti le testimonianze dell’esistente.
Un lavoro quindi che a Berlino tenta di fornire indicazioni su questi due aspetti del lavoro multimediale: La consapevolezza di essere di fronte ad un avvenimento imprevedibile ed imprevisto, dove la propria fisicità diviene repentinamente protagonista dell’evento, centro ed obiettivo del significato, dove i meccanismi dell’osservazione e dell’attenzione divengono la centralità dell’azione, e nello stesso tempo la dilatazione dello spazio in una dimensione estroflessa.
E’ questa la necessità posta dall’esigenza dell’elaborazione in senso poetico ed artistico delle nuove prospettive, ipotesi e questioni proposte dai nuovi linguaggi.
I nuovi significati che assumono termini o concetti quali spazio, tempo, segno, corpo in una dimensione fortemente modificata dal diverso assetto che l’uomo si trova a vivere, nella consapevolezza della potenziale possibilità di essere artefice della distruzione dell’universo e
non più vittima indifesa degli eventi naturali, dopo la scoperta del nucleare, e la rivoluzione informatica con i suoi ribaltamenti sociali nelle relazioni, nei sistemi produttivi, con la nascita di nuove discipline scientifiche e filosofiche.
Da qui la necessità dell’utilizzo dei linguaggi e delle risorse degli strumenti all’interno del progetto artistico che per sua natura intrinseca é ricerca, con un atteggiamento fortemente caratterizzato però da un percorso poetico e creativo, dove gli strumenti sono il mezzo e non il fine nell’economia dell’opera.
Una posizione quindi di controllo e di flessione dello strumento, piegato a necessità espressive e poetiche.
Lo spazio della galleria è situato nell’ex Berlino est, adiacente all’Oranjenburg strasse, a due passi dalla vecchia Sinagoga e dal Centro sociale.
E’ un luogo che, per evidenti motivi, è carico di suggestioni accentuate dal fatto che parte dello spazio della mostra può essere ricavato da un ambiente situato sotto il livello del cortile interno dello stabile, comunicante verso il cielo con un cavedio a pianta quadrata posto nel centro dello spazio.
Una ciambella quadrata, per intenderci, di altezza limitata ( 220/230 cm ), completamente rivestita di piastrelle color ocra, molto sporche, con tracce metalliche quali agganci e rotaie ed alcune scritte inneggianti ad Elvis Presley risalenti probabilmente agli anni settanta.
Da ciò il progetto di realizzare il lavoro in questo luogo denso.
E’ una interpretazione di ciò che è espresso dal luogo, della questione di Berlino in questo ultimo scorcio di storia.
Intendo dire che in questo spazio è vivibile la condizione del passaggio, quella che Conrad definisce la ‘linea d’ombra’ in un percorso di elaborazione.
Un sistema imperniato su un software progettato specificamente per riconoscere le sensorialità e quindi gli atteggiamenti oltre che i suoni ed i rumori di un corpo umano, che controllerà in modo assolutamente invisibile lo spazio e ciò che avverrà al suo interno.
La condizione è quella della solitudine e dell’individualità, ognuno sarà nelle condizioni di affrontare lo spazio da solo, e quindi riflettere in totale solitudine.
La visione, all’entrata dello spazio , è quella della stanza vuota.
Al primo accenno di movimento ci accorgeremo con sgomento, o curiosità, che tutto lo spazio ci seguirà nella direzione verso la quale ci stiamo muovendo.
Tornando indietro la stanza tornerà indietro con noi.
Insomma non sarà possibile spostarci dallo stesso punto di vista del luogo, in qualsiasi parte della stanza la visione sarà sempre la stessa e dunque l’impossibilità di accedere ad un altro modo di vedere.
L’elemento dinamico costante è un ulteriore elemento nella visione.
Per una visione statica bisogna essere assolutamente fermi.
Questa condizione è un allusione alla coercizione, alla impossibilità dell’uscita, al limite, alla soglia.
La chiave del lavoro è in questo richiamo alla tensione verso l’uscita.
Tullio Brunone

 

 

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